Archivio di Luglio 2009

Controllatevi le tasche Cittadini Palermitani!

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“Non metteremo mai le mani nelle tasche dei cittadiniâ€.
Frase ormai entrata a far parte del linguaggio comune; frase purtroppo contraddetta dai dati istat che vedono aumentare le tasse senza distinzione di colori e bandiere.
Ma noi, cittadini palermitani, lo sapete, siamo sempre competitivi. Quando c’è da pagare aumenti di tasse, tutti in riga e sborsare. Senza fiatare!
Vi prospettiamo, pertanto, il modus operandi dell’Amministrazione Cammarata.
Partiamo dalla relazione della Corte dei Conti di apertura dell’anno giudiziario duemila che, incentrata sulla responsabilità degli amministratori, si è sviluppata nella giurisprudenza come una consuetudine interpretativa da tutti oramai accolta.
Infatti, al fine di “espletare una funzione di deterrenza e di emenda per gli amministratori pubblici†(sindaci compresi), “questi devono essere consapevoli che le pubbliche funzioni loro assegnate devono essere svolte con la <diligenza del buon padre di famiglia>â€.
Principio questo, che si traduce in quel “complesso di cure e di cautele che l’amministratore pubblico deve impiegare per osservare i propri compiti, i quali sono finalizzati alla soddisfazione delle esigenze della collettività a cui, in sostanza, sono sottratte le risorse finanziarie necessarie per l’amministrazione.â€
Tale relazione, seppur indirizzata alla gestione di aziende private, può facilmente essere considerata applicabile (almeno moralmente) anche per l’amministrazione della Res Pubblica.
In base a quanto detto fin’ora, risulta agevole pensare che nessuna azienda (ed ancor di più nessuna amministrazione pubblica) “potrebbe ragionevolmente sostenere uno spreco ingiustificato di risorse economiche in inutili costi per interessi e spese di dubbia valenza pubblica.â€

Ben vengano, pertanto, queste pronunce, “che ricordano agli amministratori pubblici - i quali, tra l’altro, dalla recente legislazione Bassanini (legge 15 marzo 1997, n°59 ) sono invitati a osservare le regole delle scienze economiche e aziendalistiche - che amministrare le risorse altrui†(le nostre risorse, di noi cittadini) “vuol anche dire rispondere dei danni che si producono quando, ad esempio, i fatti di gestione non sono affrontati con la dovuta cautela e diligenza, nonché con il necessario senso di rispetto delle risorse finanziare acquisite tramite il sistema impositivo – tributarioâ€.
Questo comportamento di amministratori (siano essi pubblici o privati) poco avveduti, non fa altro che portare solo al “fallimento delle politiche pubbliche e alla totale disaffezione dei cittadini verso l’amministrazione con conseguente decadimento del grado di democrazia e di civile convivenza raggiunto dal paese.â€
Spese tutte queste parole, invitiamo l’amministrazione Cammarata a riflettere sulla circostanza che, colui che “viene investito della funzione di amministrare le risorse e i beni della collettività, deve anche assumersi il carico dei propri comportamenti e delle proprie omissioni†(vedi mancanza della querela in occasione AMIA)e, “se questi sono dannosi per l’amministrazione, è necessario doverne rispondere in prima persona alla collettività.â€

Un esempio può meglio specificare le tante suddette parole.

Immaginate di essere padri di una famiglia (nel caso di specie il sindaco=padre con la sua famiglia=-cittadini); di avere una limitata quantità di denaro. Poniamo che il padre (il sindaco) ha le cosiddette “mani bucate”. In altre parole spende male e più del dovuto le possibili liquidità della famiglia (cittadini). Paradossalmente pensate all’ipotesi che i soldi spesi sono portati in casa dai figli che lavorano (vale a dire sempre dai cittadini). Il padre, quindi, sperpera i soldi altrui e provoca l’indebitamento della famiglia (il comune nel nostro caso).
Quale pensate debba essere il comportamento in linea con i dettami della buona amministrazione propria del buon padre di famiglia?
Chiedere ulteriori esborsi ai figli (cioè aumentando le tasse sempre a noi cittadini)? tagliare loro i viveri essenziali? (assistenza sociale integrativa; l’istruzione dei figli, vale a dire scuola e cultura?).

Questi sono piccoli esempi di vita quotidiana che denunciano l’irragionevolezza di tali comportamenti del sindaco Cammarata.

Per queste ragioni, non sembrano rispondenti ai dettami propri della buona amministrazione, le volontà di questa amministrazione formulate all’interno del Bilancio di Previsione.
Chi pensa che la diligenza del buon padre di famiglia sia espressione di tagli da operare in settori così tanto delicati come l’assistenza sociale integrativa, la scuola e la cultura?In un periodo storico di repressione economica mondiale accentuata, come al solito, nelle regioni del sud e nella nostra realtà locale in particolare.
Chi pensa che la diligenza del buon padre di famiglia sia espressa nella riproposizioni delle ZTL già dichiarate (stante così le cose) illegali ed illegittime dal nostro Tribunale amministrativo regionale.

Non vogliamo con questo avere la pretesa d’essere noi l’espressione della corretta amministrazione della cosa pubblica, di sapere dove e come intervenire in una materia tanto complessa e delicata, ma quantomeno, abbiamo la presunzione di sentirci ragionevoli nell’appoggiare tutte le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica palermitana sulle gravi inadempienze e carenze amministrative dell’amministrazione Cammarata. Per questo il Dip. Giovanile Di Italia dei Valori di Palermo, si farà promotore di iniziative volte all’informazione dei cittadini sul tema. Tempi e modi saranno prontamente comunicati.

Testo rielaborato. Fonte Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per il Piemonte – 22 dicembre 1999, n. 2225/EL/99

Controllatevi le tasche, cittadini palermitani

Non metteremo mai le mani nelle tasche dei cittadiniâ€.

Frase ormai entrata a far parte del linguaggio comune; frase purtroppo contraddetta dai dati istat che vedono aumentare le tasse senza distinzione di colori e bandiere.

Ma noi, cittadini palermitani, lo sapete, siamo sempre competitivi. Quando c’è da pagare aumenti di tasse, tutti in riga e sborsare. Senza fiatare!

Vi prospettiamo, pertanto, il modus operandi dell’Amministrazione Cammarata.

Partiamo dalla relazione della Corte dei Conti di apertura dell’anno giudiziario duemila che, incentrata sulla responsabilità degli amministratori, si è sviluppata nella giurisprudenza come una consuetudine interpretativa da tutti oramai accolta.

Infatti, al fine di “espletare una funzione di deterrenza e di emenda per gli amministratori pubblici†(sindaci compresi), “questi devono essere consapevoli che le pubbliche funzioni loro assegnate devono essere svolte con la <diligenza del buon padre di famiglia>â€.

Principio questo, che si traduce in quel “complesso di cure e di cautele che l’amministratore pubblico deve impiegare per osservare i propri compiti, i quali sono finalizzati alla soddisfazione delle esigenze della collettività a cui, in sostanza, sono sottratte le risorse finanziarie necessarie per l’amministrazione.â€

Tale relazione, seppur indirizzata alla gestione di aziende private, può facilmente essere considerata applicabile (almeno moralmente) anche per l’amministrazione della Res Pubblica.

In base a quanto detto fin’ora, risulta agevole pensare che nessuna azienda (ed ancor di più nessuna amministrazione pubblica) “potrebbe ragionevolmente sostenere uno spreco ingiustificato di risorse economiche in inutili costi per interessi e spese di dubbia valenza pubblica.â€

Ben vengano, pertanto, queste pronunce, “che ricordano agli amministratori pubblici - i quali, tra l’altro, dalla recente legislazione Bassanini (legge 15 marzo 1997, n°59 ) sono invitati a osservare le regole delle scienze economiche e aziendalistiche - che amministrare le risorse altrui†(le nostre risorse, di noi cittadini) “vuol anche dire rispondere dei danni che si producono quando, ad esempio, i fatti di gestione non sono affrontati con la dovuta cautela e diligenza, nonché con il necessario senso di rispetto delle risorse finanziare acquisite tramite il sistema impositivo – tributarioâ€.

Questo comportamento di amministratori (siano essi pubblici o privati) poco avveduti, non fa altro che portare solo al “fallimento delle politiche pubbliche e alla totale disaffezione dei cittadini verso l’amministrazione con conseguente decadimento del grado di democrazia e di civile convivenza raggiunto dal paese.â€

Spese tutte queste parole, invitiamo l’amministrazione Cammarata a riflettere sulla circostanza che, colui che “viene investito della funzione di amministrare le risorse e i beni della collettività, deve anche assumersi il carico dei propri comportamenti e delle proprie omissioni†(vedi mancanza della querela in occasione AMIA)e, “se questi sono dannosi per l’amministrazione, è necessario doverne rispondere in prima persona alla collettività.â€

Un esempio può meglio specificare le tante suddette parole.

Immaginate di essere padri di una famiglia (nel caso di specie il sindaco=padre con la sua famiglia=-cittadini); di avere una limitata quantità di denaro. Poniamo che il padre (il sindaco) ha le cosiddette “mani bucate”. In altre parole spende male e più del dovuto le possibili liquidità della famiglia (cittadini). Paradossalmente pensate all’ipotesi che i soldi spesi sono portati in casa dai figli che lavorano (vale a dire sempre dai cittadini). Il padre, quindi, sperpera i soldi altrui e provoca l’indebitamento della famiglia (il comune nel nostro caso).

Quale pensate debba essere il comportamento in linea con i dettami della buona amministrazione propria del buon padre di famiglia?

Chiedere ulteriori esborsi ai figli (cioè  aumentando le tasse sempre a noi cittadini)? tagliare loro i viveri essenziali? (assistenza sociale integrativa; l’istruzione dei figli, vale a dire scuola e cultura?).

Questi sono piccoli esempi di vita quotidiana che denunciano l’irragionevolezza di tali comportamenti del sindaco Cammarata.

Per queste ragioni, non sembrano rispondenti ai dettami propri della buona amministrazione, le volontà di questa amministrazione formulate all’interno del Bilancio di Previsione.

Chi pensa che la diligenza del buon padre di famiglia sia espressione di tagli da operare in settori così tanto delicati come l’assistenza sociale integrativa, la scuola e la cultura?In un periodo storico di repressione economica mondiale accentuata, come al solito, nelle regioni del sud e nella nostra realtà locale in particolare.

Chi pensa che la diligenza del buon padre di famiglia sia espressa nella riproposizioni delle ZTL già dichiarate (stante così le cose) illegali ed illegittime dal nostro Tribunale amministrativo regionale.

Non vogliamo con questo avere la pretesa d’essere noi l’espressione della corretta amministrazione della cosa pubblica, di sapere dove e come intervenire in una materia tanto complessa e delicata, ma quantomeno, abbiamo la presunzione di sentirci ragionevoli nell’appoggiare tutte le iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica palermitana sulle gravi inadempienze e carenze amministrative dell’amministrazione Cammarata. Per questo il Dip. Giovanile Di Italia dei Valori di Palermo, si farà promotore di iniziative volte all’informazione dei cittadini sul tema. Tempi e modi saranno prontamente comunicati.

Testo rielaborato. Fonte Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per il Piemonte – 22 dicembre 1999, n. 2225/EL/99

Scandali di corte

Ciò  che sta accadendo in questi giorni, in merito alla cena offerta dal Giudice costituzionalista Mazzella, all’interno delle mura della propria casa, insieme con un altro Giudice della stessa Corte (Napolitano) in favore del Premier Berlusconi, del Ministro della Giustizia Alfano, del Presidente del Senato Schifani e del Senatore Vizzini, ha dell’aberrante.

Per ammissione dello stesso Giudice della Corte Costituzionale, confessione resa pubblica da una lettera (scritta di suo pugno) ed indirizzata al Presidente del Consiglio (questo l’incipit di un capoverso “Caro Presidente, caro Silvio…â€), oggi ci troviamo dinnanzi ad uno sfregio delle più elementari norme giuridiche in merito all’imparzialità e terzietà del Giudice.

E’ bene specificare che stiamo parlando del più alto organo Costituzionale, competente a risolvere le più delicate questioni attinenti la nostra Carta Costituzionale.

Tal Giudice Mazzella ed il suo collega Napolitano si troveranno fra tre mesi (ad Ottobre) ad esprimersi, insieme con gli altri Giudici Costituzionali, in merito al temuto “Lodo Alfanoâ€.

Per dovere di cronaca, ricordo che trattasi dell’immunità assoluta, da qualunque tipo di processo e reato, delle quattro più alte cariche dello Stato.

In realtà, come tutti sanno, a beneficiarne è il solo Premier, Silvio Berlusconi.

Questo è, dunque, il quadro che ci troviamo davanti. Due Giudici della Corte Costituzionale a cena con il firmatario della legge sull’immunità (il Guardasigilli Alfano che da il nome alla legge), chi ne sta beneficiando (Papi), ed un paio di altri commensali.

Possiamo, pertanto, addentrarci nel tema attraverso due chiavi di lettura: La prima, suggerita da Aldo Schiavello, Giornalista di “Repubblicaâ€, lascia in secondo piano le norme giuridiche di riferimento e ragiona, piuttosto, sull’opportunità o meno di tal misfatto.

La seconda, quella da me prediletta e che mi propongo di seguire è, invece, quella di partire e rimanere sul piano giuridico-normativo. Questo per una ragione semplice. Non rispettare le regole (le Norme), in uno stato di diritto democratico incentrato quasi esclusivamente su queste, equivale a trasgredirle ed in caso di trasgressione l’ordinamento prevede adeguati rimedi e sanzioni.

Partiamo da un dato inattaccabile. Mazzella è un Giudice. Purtroppo per lui non uno qualunque. E’, come già detto, un componente del più importante organo di garanzia della nostra Carta Costituzionale. Ricordiamo, per i non addetti ai lavori, che la nostra Carta del 1948 è una Costituzione “rigidaâ€, nel senso che per eventuali modifiche, abrogazioni od integrazioni, sono previste delle procedure più complesse (più, come si dice nel gergo, aggravate) rispetto ai normali iter procedurali di formazione legislativa.

Ecco che la scelta dei nostri Padri Costituenti di dotare la nostra Nazione di una Giustizia Costituzionale trova la sua giustificazione.

Tale sistema è, appunto, la principale garanzia della “rigidità†della nostra Costituzione. Vediamo ora cosa il nostro ordinamento prevede per i Giudici.

L’articolo 111, secondo Comma, Cost. Recita: “Ogni processo si svolge(…)davanti a giudice terzo e imparziale(…)

L’articolo 134 della Costituzione recita al primo comma: “La Corte costituzionale giudica:â€

Grazie a questa che per alcuni potrebbe essere un’ovvietà, noi possiamo affermare che il Giudice della Corte Costituzionale giudica al pari degli altri giudici.

Infatti, così  come nei processi ordinari (penale e civile) vi sono le parti che si fronteggiano, così anche nel “processo costituzionaleâ€Â  (concedetemi l’espressione) vi sono le parti (diverse dalle prime) che si contendono la ragione.

Questa, attenzione, non è un’ovvietà in quanto, nell’ottica comune, si tende a spersonificare le vicende proprie della Corte, pensando che il suo giudizio è riferibile a dogmi ed alti principi costituzionali. Altrimenti nella migliore delle ipotesi si pensa che destinatari delle decisioni siano enti pubblici (Stato e Regioni in testa v. art. 134, sec. Comma). Tutto questo è vero, non c’è dubbio, ma estendere tali considerazioni al caso in esame risulterebbe un grave errore di valutazione.

Mi spiego. In riferimento al famigerato “Lodoâ€, le parti in causa non sono astratte o non tangibili; al contrario hanno un nome, un cognome, un codice fiscale ed anche una fedina penale. Pertanto decidere la legittimità di costituzionalità di tale legge richiede, quantomeno, le stesse garanzie di imparzialità e terzietà riservate ad un Giudice Penale. Ne vale, al pari di un comune processo di altra specie, la legittimità dell’azione penale nei riguardi di un cittadino come altri.

Proseguendo. Poiché l’immunità ricadrebbe anche per eventuali processi penali da far sorgere (se già non lo fossero) a carico dei beneficiari della legge, è utile andare a visionare il Codice di Procedura Penale per vedere cosa suggerisce in merito.

L’articolo 36 dello stesso, nel titolo primo, dedicato per l’appunto al giudice, recita:

“Il giudice ha l`obbligo di astenersi:â€

vediamo in quali occasioni, leggendo le lettere c ed h dello stesso articolo:

c) “se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull`oggetto del procedimento fuori dell`esercizio delle funzioni giudiziarie.â€

    h)  “se esistono altre gravi ragioni di convenienza. “

    Il primo caso è facilmente attaccabile in quanto si fa riferimento al merito della vicenda. Per chi, come me, crede ancora nelle istituzioni e sull’alta etica di chi ha l’ònere e l’onòre di far parte di un organo così tanto  importante, tale fatto risulta essere un pugno allo stomaco, una caduta di stile e di comportamento senza dubbio deprecabile. Senza considerare che nessuno mai verrà a dirci (salvo registrazioni audio) se i consigli di cui alla lett. c siano o meno stati dati.

    Non attaccabile, tutt’altro, risulta essere il secondo disposto. Le “gravi ragioni di convenienzaâ€. Durante le lezioni di Diritto Processual Penalistico,  ci viene spiegato essere il caso, per esempio, dell’amante. Qualora, vale a dire, il giudice si trovasse a giudicare dinnanzi, in processo, la sua amante. Questo, che viene solitamente usato per riattivare i neuroni degli studenti che eventualmente si siano addormentati durante le ore di lezione, è chiaramente un esempio esasperato per meglio rendere l’idea e che, comunque, per il giudice, fa sorgere un obbligo all’astensione nel processo. Noi tutti sappiamo (salvo novità) che il Premier tutto può essere tranne che in una sorta di relazione d’amore con il Giudice Mazzella (per scrupolo di coscienza vedi le ultime inchieste di Bari).

    Per queste ragioni, un rapporto di  amicizia così intenso e sincero (l’espressione Caro Silvio, Caro Presidente ritorna più volte); Così come il fatto che si tratti di un rapporto d’amicizia di vecchia data viene anch’esso dalla stessa lettera: Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. (..) Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l’ultima (..), hanno come logica conseguenza quella d’aver minato irrimediabilmente la credibilità, quantomeno, dei due “giudici-commensaliâ€. Ad Ottobre, come è stato già detto, dovranno, infatti, sindacare la legittimità costituzionale del Lodo Alfano dove è parte in causa lo stesso Presidente del Consiglio. Chiudo col porvi una legittima domanda, come potrà, Mazzella, giudicare in modo terzo ed imparziale se la sua decisione potrà minare in modo grave il proseguo della legislazione (e chi lo sa della vita sociale) del suo caro amico Silvio?

    Questo, non vuole essere, né una lezione di diritto (non ne avrei le capacità), né una completa disamina  sul nostro ordinamento ma, quantomeno, una riflessione fatta ad alta voce (nel senso di messa per iscritto) di chi, studiando legge, crede in quello che studia e, di conseguenza nelle leggi.