Dossier: la carta-straccia, pardòn, stampata

Prima di affrontare ed approfondire il secondo capitolo (il primo, sulle tv, è stato “Realtà capovolta: capovolgi l’ampolla e cadrà la neve”) che tratterà dell’informazione su carta stampata, volevo proporvi una chiave di lettura del tema in questione, del tutto particolare.

Partiamo, infatti, da quanto ha affermato l’Onorevole Marcello Dell’Utri che, intervistato da Klaus Davi per «KlausCondicio», in onda su YouTube, qualche tempo fa, nella famosa intervista in cui definì Mangano un eroe disse: «Le notizie, certo, bisogna darle, sennò si torna al fascismo, ma c’è modo e modo di comunicarle. Magari con conduttori piĂą gradevoli di adesso».

Al co-fondatore dell’ormai sciolto Partito di Forza Italia preme, è bene ribadire, che le notizie vengano date, ma che queste ultime siano “condite ed apostrofate” in modo che siano ben servite su di un piatto di portata aureo, giusto per non mettere imbarazzo all’opinione pubblica che potrebbe ascoltare (nel nostro caso leggere) notizie, fatti e misfatti della politica, “latu sensu”.

E’ vero che costui si riferiva maggiormente all’informazione televisiva, ma è anche vero che per analogia dello stesso concetto di informazione, i due settori possono essere accomunati. Il motivo è presto detto.

Andiamo con ordine, partendo dal misfatto accaduto di recente.

Un giornalista del Corriere Della Sera, al secolo Carlo Vulpio, è stata “spogliato” in data tre dicembre 2008, del “caso Catanzaro”. Un insieme di inchieste che, come è noto, ha seguito (in veste di giornalista) sin dall’inizio. La sua colpa è stata quella di fare nomi e cognomi. Semplice, nomi e cognomi degli indagati (nel rispetto, comunque, delle disposizioni di legge). Diciamo, interpretando il pensiero dell’Onorevole Dell’Utri, che questo non è un buon modo di servire, calda, la notizia. Meglio rimanere vaghi, darla, ma di sfuggita; magari preceduta da un servizio sul campionato mondiale di yo-yo e seguita dal collegamento in diretta col Motor Show di Bologna. L’inghippo sta proprio qui. La tv, i notiziari televisivi entrano nelle case degli italiani senza chiedere permesso, cosa che alla carta stampata risulta difficile. Al massimo puoi relegare la notizia infondo al giornale, magari nelle colonne ai lati della pagina. L’articolo rimane lì, non si muove e, per questo motivo, i Giornalisti che fanno bene il loro mestiere sono costretti a scrivere libri d’inchiesta per informare l’opinione pubblica delle nefandezze della politica. E’ sufficiente recarsi nelle librerie per trovare dinnanzi agli occhi fiumi di libri sull’intreccio politica – economia - malaffare.

Basti pensare, giusto per fare qualche esempio a “Mani Sporche”, “Toghe Rotte”, “Il caso De Magistris”, “Roba Nostra” e via dicendo. Per dovere di cronaca, chi volesse sostenere la causa del giornalista in questione può farlo su internet collegandosi al sito: http://siamotutticarlovulpio.com

Tornando al tema principale, affrontando la questione dei giornali, ahimé, non possiamo non parlare della scalata Mondadori (secondo gruppo editoriale nazionale) del Premier. La carta stampata è di certo un mezzo di informazione migliore se confrontato alla tv. Nel senso che è più completo di quest’ultimo. C’è più possibilità di approfondimento, di riflessione per chi scrive e per chi legge. Si possono sviluppare argomentazioni di senso compiuto senza necessità di sentirsi immediatamente dopo contraddetti da un esponente di pensiero opposto al tuo. Tre frasi opposte in meno di trenta secondi, per la felicità di chi ascolta. A scanso si equivoci premettiamo che non sono i quotidiani (da soli) a creare la maggioranza dell’opinione pubblica nel nostro Paese. Hanno una loro influenza specifica ma non tale da incidere in misura maggiore del resto dei mass media. Gli stessi numeri lo dimostrano. Due sono infatti le testate giornalistiche ad ampia, ampissima, tiratura nell’intero ambito territoriale italiano: Il Corriere Della Sera e “la Repubblica”, ahimè, per dovere di cronaca, il quotidiano più letto rimane La Gazzetta Dello Sport.

Al contrario di quanto avviene nelle tv, questi due poli di informazione cartacea sono slegati da proprietà in evidente stato di conflitto di interessi. Il Corriere appartiene al gruppo editoriale Rcs Quotidiani S.p.A.; mentre “la Repubblica” è di proprietà del “Gruppo l’Espresso”. Questi, pur non avendo un collegamento diretto con vertici politici, riescono a portare avanti un’informazione più attenta, a volte oculata ma sempre nei limiti imposti dall’Editore, dai Direttori e Redattori e via discorrendo (vedi in merito, il caso Carlo Vulpio). Per dirla più semplicemente, da quanto permesso dal sistema.

Come dicevamo, non possiamo esimerci dall’affrontare un tema di notevole rilevanza per questo campo. Parliamo di uno dei maggiori gruppi editoriali italiani, “Mondadori”.
Qual’é la storia di questo colosso dell’editoria italiana? Nel 1988, Silvio Berlusconi rilevando le azioni di Leonardo Mondadori, annuncia «Non voglio restare sul sedile posteriore». De Benedetti, che possedeva il pacchetto di maggioranza, resistette inizialmente all’assalto del futuro Premier. Poiché entrambi sostenevano d’esser padroni della casa di cui sopra, che al tempo controllava oltre al settore libri anche “la Repubblica”, “L’Espresso”, “Panorama” ed altri periodici, si affidarono ad un arbitrato “super partes” che, nel 1990, col famoso Lodo Mondadori, diede ragione a De Benedetti. Il Premier, non contento, impugnò il Lodo dinnanzi alla Corte d’Appello di Roma. Se ne occupava la prima sezione civile, presieduta da Arnoldo Valente che, secondo Stefania Ariosto (compagna del deputato di Forza Italia Vittorio Dotti), era frequentatore di Cesare Previti. Il Giudice Relatore ed estensore della sentenza fu Vittorio Metta, anch’egli intimo di Previti. Il 24 Gennaio 1991 la Corte annullò il Lodo Mondadori e diede di fatto la proprietà della casa editrice a Silvio Berlusconi.

Fondamentale fu, per i nostri giorni, la mossa fatta da Andreotti che costrinse il Premier a restituire una parte del gruppo (nella fattispecie, “l’Espresso, “la Repubblica” ed alcuni giornali locali) al legittimo proprietario. Perché diciamo legittimo? Nel 1995 la Procura della Repubblica di Milano iniziò delle indagini sulle sentenze a suo tempo “comprate” da Previti e scoprì che lo era anche quella emessa da Giudice Metta su Mondadori. Prova ne sia che, subito dopo il verdetto, la Fininvest bonificò tre miliardi di lire a Previti che, tramite altri due avvocati “berlusconiani”, fece arrivare 400 milioni in contanti a Metta.

Neanche a dirlo, il nostro attuale Premier esce dal processo grazie alla sempre verde Prescrizione. Infatti dopo che nel 2000 il Giudice per l’Udienza Preliminare prosciolse tutti con formula dubitativa (articolo 530, II Comma c.p.p.), nel 2001 la Corte d’Appello accolse il ricorso della Procura e rinviò a giudizio tutti tranne il Cavaliere che era appena tornato a Palazzo Chigi.
A lui il Giudice accordò le attenuanti generiche, più precisamente le concesse per “le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo di per sé giustifica l’applicazione”. Berlusconi, anziché rinunciarvi per essere assolto nel merito, prese e portò a casa. Ma attenzione, ed arriviamo così ai nostri giorni. Tutti gli imputati (Cesare Previti, Attilio Pacifico e Giovanni Acampora) vengono condannati definitivamente e, scrivono i Giudici, Berlusconi aveva “la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio”. Del resto “la retribuzione del Giudice corrotto (Metta) è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore”, cioè Berlusconi.

Oggi possiamo affermare che la sentenza che permise al Cavaliere di sottrarre la Mondadori al “Gruppo l’Espresso” - ”Repubblica”, fu comprata con 425 milioni di lire forniti dal conto All Iberian di Fininvest. Da Cesare Previti e in seguito dall’Avvocato di fiducia del Premier, consegnati al Giudice Metta. Questa in estrema sintesi è la vicenda che ha consegnato il gruppo “Mondadori” a Silvio Berlusconi che oggi può vantare, e far proprio uso, di quotidiani come il “Giornale”, di un settimanale “Panorama”, di una radio “Radio 101” e via dicendo. Ovviamente, come ho dimostrato nel precedente articolo (“Realtà capovolta, capovolgi l’ampolla e cadrà la neve”), redattori e direttori di queste ultime testate fanno le comparse in giro per la tv, facendo credere di essere imparziali. Compito che, per la posizione che ricoprono, risulta alquanto arduo.

Inutile parlare di Bruno Vespa, che è solito scrivere pessimi esempi narrativi (parere personale). Libri, neanche a dirlo, pubblicati da Mondadori. E’ altrettanto solito, come è avvenuto di recente per la sua ultima pubblicazione, invitare alla conferenza stampa, l’Editore, al secolo Silvio Berlusconi (non si capisce se in veste di Presidente del Consiglio o di Presidente della Mondadori) per parlare e straparlare di politica senza contraddittorio alcuno.
Giusto per rimanere in tema Vespa, faccio presente a chi mi legge, che il giorno di chiusura delle elezioni in Abruzzo, si è assistito ad una puntata alquanto artefatta di Porta a Porta.

Ospiti furono: l’On. Antonio Di Pietro (IDV- opposizione), l’On. Ignazio La Russa (maggioranza) ed, in aggiunta il Direttore di Panorama (Maurizio Belpietro) che risulta essere dipendente del Premier, definito da Quagliariello (Pdl) “la nostra stampa” in una storica puntata di Ballarò. Per chi volesse: http://it.youtube.com/watch?v=-ixG80NPbGg

Dulcis in fundo Massimo Franco, novista del Corriere della Sera, che tra sogghigni e strizzatine d’occhio, critica anche lui l’On. Di Pietro ed il Pd. Quindi un match non troppo equilibrato, un rapporto di 3:1 e, se aggiungiamo alla mischia Bruno Vespa, 4:1. Antisportivi.

Rientrando nel tema generale, che è quello della carta stampata, è utile aggiungere un risvolto piuttosto importante che denota la notevole importanza che lo stesso legislatore attribuisce a questo mezzo d’informazione. Una legge “Mastelliana” riproposta per intero anche dal governo attuale. Mi riferisco alla legge contro le intercettazioni. Oltre che tagliare le gambe alle indagini si vieta la pubblicazione di quelli che potrebbero essere elementi di reato portati sotto gli occhi della carta stampata che, al contrario delle TV, ha tempo e spazio per pubblicarle.

Non è da poco sviluppare, infatti, un altro argomento che a prima vista potrebbe sembrare non calzante ma che, se sviluppato da un certo punto di vista risulta fondamentale per la nostra analisi. Parliamo, appunto, del tema delle intercettazioni. Partiremo da lontano (2003) per meglio intuire il disegno criminoso attuato da una grande parte della politica. Tema, per altro, tanto di moda in questi giorni. Per esaminarlo partiamo dalla legge “Boato” del 2003. Questa, impediva (visto che in parte è stata dichiarata incostituzionale) ai giudici di usare la telefonata di un indagato che parla dei suoi delitti, se dall’altro capo della cornetta ci fosse stato un parlamentare. Più precisamente per poterla utilizzare si richiedeva il “permesso” del Parlamento. Dopo questo scempio si potrebbe pensare che più in basso di così non si può andare ma, ahimé, non è così. Il 17 Aprile 2007 viene approvata la legge “Bavaglio Mastella” (alla Camera) che, di fatto, si prefissava di cancellare la cronaca giudiziaria. Oggi gli atti di indagine sono coperti dal segreto investigativo finché diventano “conoscibili dall’indagato”. Per chi li pubblica integralmente c’è un blando divieto che porta ad una multa da 51 a 258 euro. Grazie al diritto - dovere di cronaca i cittadini hanno saputo “in tempo reale” il fenomeno di Mani Pulite, Bancopoli, i Crac Cirio e Parmalat, Calciopoli e via dicendo. La “nuova” legge voleva agire su due fronti: da un lato appesantiva a dismisura le sanzioni (arresto fino a trenta giorni o ammenda da 10.000 a 100.000; dell’udienza preliminare era vietata la pubblicazione). Quindi ci saremmo trovati con tra le mani una notizia vera, non segreta, per cui conosciuta dai giornalisti ma della quale, per legge, veniva vietata la conoscibilità all’opinione pubblica (a meno di svenarsi economicamente o farsi arrestare). Inoltre, e qui ci interessa ancor di più, “la documentazione e gli atti relativi a conversazioni anche telefoniche o comunicazioni informatiche o telematiche o i dati sul traffico telefonico e telematico, anche se non più coperti da segreto”, non potranno più essere pubblicate. Erano presenti altre limitazioni in merito alle misure cautelari, alla sfera del dibattimento ed in riferimento agli stessi magistrati che fanno uso di questo, fondamentale, mezzo di investigazione. Su youtube è presente un video esilarante sul Tg di Emilio Fede che parla delle intercettazioni. Guardarlo è utile per due motivi. Il primo consente di capire bene come viene deformata l’informazione dal marito della parlamentare del Pdl (Diana De Feo); il secondo, grazie agli interventi scritti di chi ha montato il video, permette di rendersi conto dell’utilità di questo mezzo di informazione.
Avviandoci a chiusura di questo, seppur breve, “excursus” sul tema delle intercettazioni, credo che le parole dell’on. Di Pietro, comunque il suo comportamento in genere (vedi le risposte date in questi giorni tramite il quotidiano Libero alle insinuazioni fatte da personaggi che oramai conosciamo bene de “il Giornale”) siano un esempio da seguire per la “politichetta” che ormai circonda la nostra Italia. In merito alle vicende che hanno coinvolto il figlio del presidente dell’IDV, questi ha detto: “Le intercettazioni sono strumenti utili e necessari. Perché non è che adesso si intercetta tutto e tutti; solo alcuni reati e solo laddove i magistrati le autorizzino, nel rispetto della legge. Ed io sono anche convinto che è un bene che queste vengano pubblicate. Sulle intercettazioni che riguardano mio figlio, potrei dire «Ma cosa le avete pubblicate a fare visto che non c’entrano?». Ma è bene che l’opinione pubblica sappia, con riferimento a qualsiasi personaggio pubblico, qual’é il suo comportamento. Sia che lo faccia bene, sia che lo faccia senza alcuna rilevanza penale ma con assoluta inopportunità, come nel caso di mio figlio, sia che lo faccia in modo corretto e coerente come nel mio caso”.

Chiarito l’assunto di partenza (concetto espresso da Dell’Utri) secondo cui l’informazione (latu sensu), quindi anche quella cartacea, non dovrebbe avere un tono eccessivamente (io non la penso così) d’inchiesta, bensì raccontare i fatti (a volte nemmeno quelli) senza addentrarsi nei meandri di indagini troppo compromettenti per gli uomini politici ed economici di questo Paese, adesso argomenterò su quelle falle del sistema, dove si annidano gli errori dell’apparato di informazione cartaceo italiano. Quattro esempi su tutti: il “Giornale”, “Panorama”, “Libero” ed “Il Foglio”. Iniziando dal primo in ordine di esposizione, cosa dire?

Il Giornale, come tutti saprete, fa parte del gruppo Mondadori . Gruppo che, per quanto detto precedentemente saprete giĂ  essere di proprietĂ  del premier. Chi lavora in quell’organo di stampa non è altro che dipendente di Silvio Berlusconi il quale, essendone il proprietario ne decide la linea politica da attuare. Ivi, vi lavorano personaggi come Filippo Facci, il famoso “giornalista” biondo mesciato; ne è direttore Mario Giordano, giĂ  direttore di Studio Aperto (Italia1 – Mediaset – Silvio). Autore dei piĂą divertenti Tg italiani. Un vero e proprio covo di disinformazione. Detto ciò, quello che deve essere chiaro è il fatto che non si pretende un’imparzialitĂ  totale dell’informazione (nel senso utopico del termine) ma almeno il “minimo sindacale”, espressione cara a Paolo Bonolis. Diciamo pure, un’onestĂ  intellettuale. Stesso discorso vale per “Panorama”. Anche questa pubblicazione risulta sotto il titolo Mondadori. A tal proposito ricordiamo le pseudo inchieste sollevate su presunti illiceitĂ  adottate dall’ex premier Prodi finite per essere un clamoroso buco nell’acqua. Direttore è Maurizio Belpietro (vedi l’articolo “RealtĂ  capovolta, capovolgi l’ampolla e cadrĂ  la neve”). Prima di approdare alla direzione di Panorama è stato vicedirettore nel ’94 de “Il Giornale”(di cui sopra) quando la direzione era affidata a Vittorio Feltri, oggi direttore di Libero (ne parleremo dopo). Belpietro lo troviamo sempre in giro per le tv (vedi sempre l’articolo “RealtĂ  capovolta, capovolgi l’ampolla e cadrĂ  la neve”). Per quanto attiene a “Libero” del direttore Feltri, egli nell’aprile del 1993 conobbe Silvio Berlusconi; il Cavaliere gli propose di entrare in Fininvest, ma Feltri rifiutò. Nel 1994 Feltri viene contattato da Paolo Berlusconi, editore del “Giornale”, che gli offrì la direzione del quotidiano, Feltri accettò. Vi rimase per 4 anni. Nello stesso periodo curò una rubrica con Panorama e collaborò con il foglio di Giuliano Ferrara. E’ inutile che lui racconti della sua imparzialitĂ  a sostegno della quale parla del suo diniego a direttore de il “Giornale di Arcore”. « Quando capii che la famiglia Berlusconi aveva bisogno del direttore di un quotidiano di partito, non potei piĂą rimanere. Non è un mestiere che so fare». Così si espresse nel lontano 1997. Le prove che le cose non stanno così sono talmente lampanti! Giusto per averne un’idea:

Epocali sono tante prime pagine del quotidiano che si sono susseguite nel tempo (http://www.funize.com/newspapers/show/libero). Inoltre periodicamente vengono allegati al giornale degli pseudo manuali di semipolitichese che vanno catalogati in una apposita collana curata dal direttore Feltri in persona e niente poco di meno che dall’onorevole e ministro Brunetta in veste di esperto, economista e politico (boh?). Per dare anche qui qualche titolo: “I peccati di Prodi - Tutti gli errori contenuti nel programma della sinistra”; “Le mani rosse sull’Italia - Spie, spioni, venduti, comprati, corrotti, pavidi, ignavi, sciocchi, idealisti e collaborazionisti del bel paese al soldo dell’Unione Sovietica dal dopoguerra ad oggi”; “Tutte le balle su Berlusconi - Manuale di conversazione politica elettorale”; “I primi cento giorni di Prodi - Un governo contro l’Italia”;” Prodi, Telecom & C. - Il grande imbroglio continua”;” Veltroni Walter. Vita, miracoli & canzonette di un perdente di successo” . Per chi volesse consultare l’elenco completo, a tratti esilarante (con, tra gli altri, la partecipazione di Michela Vittoria Brambilla), può farlo al seguente link: http://it.wikipedia.org/wiki/Libero_(quotidiano). In fine, dedichiamo qualche parola anche per l’ultima testata giornalistica cartacea che abbiamo scomodato qualche rigo fa: “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Per fortuna basta poco. Il 40 % della proprietĂ  del giornale è nelle mani di tale Veronica Lario Berlusconi, moglie, per l’appunto, del cavaliere. Mi limito inoltre a ricordare, se ancora non fosse chiaro, che Ferrara è stato candidato politico del centrodestra al Mugello contro Antonio Di Pietro. PiĂą precisamente, il 16 luglio 1997, l’ Ulivo indicò nel Presidente di IDV, l’uomo adatto a ricoprire il seggio senatoriale del Mugello, lasciato libero da Pino Arlacchi, andato all’ Onu. Le elezioni si svolsero il 9 novembre. L’On. Antonio Di Pietro stravince con quasi il 68% contro il 16% di Giuliano Ferrara, candidato, appunto, per il Polo perdendo sonoramente.

Ulteriore falla nel sistema viene “ricoperta” dalle ben 11 testate giornalistiche locali di proprietà del pluricondannato Giuseppe Ciarrapico, esponente e parlamentare (attualmente in carica) del Pdl ed ancor’ora dichiaratosi fascista convinto (maggiori info sulla sua fedina penale, link: http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ciarrapico).

Un’altra importante menzione merita la “FREE PRESS”. Fenomeno oltremodo diffuso in Europa (nel nord maggiormente), ma che da qualche anno ha preso piede anche in Italia. Capostipite del fenomeno è “E - polis”, seguono altre testate come “City”, “Metro”, “D-news”, “Leggo” ed altre. Ognuno di queste ha una tiratura specifica nel senso della diffusione regionale. Il piĂą letto è senz’altro “E - Polis”. Per meglio rendere l’importanza crescente di questo modus informandi, accenneremo ad un fatto. Partendo da un concetto preciso. Quando, infatti, parliamo di “FREE PRESS” intendiamo un modo particolare di fare giornalismo. Mi spiego. I quotidiani “a pagamento” ricevono supporto, oltre che dai famigerati finanziamenti pubblici, anche dalla pubblicitĂ  che si annidano tra le pagine. Ma non solo. Capitolo fondamentale delle entrate è il costo del quotidiano; il classico euro / euro e ½ che si deve pagare per averlo. Ecco, di certo quest’ultima voce non compare (in grandissima parte), tra i quotidiani “FREE PRESS”. Quindi la quota maggiore (se non l’unica) di finanziamento per questi ultimi, deriva dalla concessionaria di pubblicitĂ . Ecco, una volta specificato l’inciso, addentriamoci nell’argomento. E-Polis, ha avuto una storia nel recente passato, un po’ travagliata. Infatti, dopo la clamorosa chiusura (Luglio 2007), ha ripreso a vivere grazie all’ingresso di PUBLIEpolis come nuova concessionaria pubblicitaria del gruppo. La svolta si è avuta con il cambio proprio di quest’ultima; da Publikompass all’attuale PUBLIEpolis (nota la somiglianza con Publitalia). Di pari grado d’importanza fu il cambio di proprietĂ  da Nicky Grauso al subentrante Alberto Rigotti, oggi proprietario di “E – polis”, fondatore della banca d’affari Abm Merchant, con la quale gestisce il quotidiano free press. Per non parlare del nuovo management della concessionaria PUBLIEpolis, tutto di origine Fininvest. Entrarono, infatti, ai vertici della concessionaria Claudio Noziglia e Carlo Monigliano (rispettivamente Presidente ed A.d.) entrambi con ruoli ex Mondadori. Una scossa tutt’altro che positiva si ebbe quando persino l’On. Marcello Dell’Utri entrò dalla porta principale nel settembre 2007. Era nota l’amicizia che lega Alberto Rigotti, con Dell’Utri, fondatore di Publitalia, senatore di Forza Italia, condannato in via definitiva per false fatture e frode fiscale a Torino, a due anni per tentata estorsione a Milano ai danni di un imprenditore trapanese con la complicitĂ  del boss Vincenzo Virga, a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa a Palermo, di cui è attualmente in corso il processo d’Appello. Oltre ad occupare il posto nel CDA Dell’Utri, è stato perfino Presidente della concessionaria pubblicitaria che l’editore Grauso ha creato all’inizio del 2007.

Quest’ultima mossa lasciò allibiti molti direttori di testate locali, nonché i fratelli Cipriani (ex direttore ed A.d.). Insomma, la virata politica c’è stata. Per dovere di cronaca Dell’Utri nel Febbraio 2008 ha dato le dimissioni dai suoi incarichi. Resta il fatto che la fetta più grande di sostentamento di quest’organo di stampa è inficiato dalle mani di Mondadori (di cui ormai conosciamo la proprietà). Oggi E-Polis risulta il terzo quotidiano nazionale (come spiega Sara Cipollini, A.D. di E-Polis) con diciassette edizioni e 600.000 mila copie certificate. I ricavi pubblicitari nel 2007 ammontano a diciassette milioni di euro ed il bilancio si è chiuso in pareggio. I dati previsti per il 2008 sono stimati in aumento. L’importanza della raccolta pubblicitaria per questo organo di stampa viene dalle stesse parole del management della casa. “La nuova proprietà di E Polis punta a raggiungere il pareggio di bilancio del quotidiano già entro la fine del 2008. E il ritmo che ha preso la raccolta pubblicitaria ci fa ben sperare di raggiungere l’obiettivo”. A dirlo è Claudio Noziglia nel Novembre 2007. Giusto per fare un esempio, questi ha in curriculum 18 anni in Fininvest, 10 in Publiespana e 2 a capo delle Pagine Utili di Mondadori.

Per chiudere, un classico esempio di dirottamento dell’informazione cartacea, ci giunge proprio in questi primi giorni del nuovo anno. Conoscete senz’altro la vicenda, montata ad hoc, sulla inesistente (in un certo senso) diatriba tra le procure di Salerno e Catanzaro. Metterei la mano sul fuoco che conoscete in modo esaustivo cosa pensa di fare il ministro Alfano in merito. E’ notizia di questi ultimi giorni che Angelino Jolie Alfano ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di cacciare dalla magistratura (avete letto bene) il procuratore capo di Salerno. Il Guardasigilli è si responsabile del “potere” sanzionatorio ma, quantomeno, dovrebbe sapere che tale pena è prevista per le colpe piĂą gravi come: rapporti con la mafia, “ruberie” o sentenze vendute. Ecco, Luigi Apicella non ha fatto nulla di tutto questo! Ci mancherebbe. Il ministro chiede, inoltre, di trasferire ad altra sede i due magistrati che hanno materialmente condotto l’inchiesta, e cioè Verasani e Nuzzi. “Assoluta spregiudicatezza, mancanza di equilibrio e atti abnormi nell’ottica di una acritica difesa del PM De Magistris con l’intento di ricelebrare i processi che sono stati a lui avocati”. Questa è stata la motivazione (nel merito) che il ministro ha adoperato per chiedere al CSM quanto summenzionato. I giornali, come da copione, hanno riportato la notizia come dogma della fede. Ciò che ha fatto Alfano è pensare di poter sindacare il contenuto di un atto invece di lasciarlo impugnare davanti al Riesame o davanti alla Cassazione dagli indagati perquisiti. Il suo intervento è assolutamente fuori luogo e fuori dalla sua competenza. Come può pensare di sindacare il merito di un processo? Eppure i giornali è come se tritassero l’acqua. Inutile specificare che la motivazione adottata da Alfano è un falso dall’inizio alla fine. L’ordinanza di perquisizione e sequestro della procura di Salerno non contiene un’acritica difesa di De Magistris; le parole di quest’ultimo hanno trovato piĂą volte riscontro, in magistrati, consulenti (in seguito guarda caso allontanati) e nella polizia giudiziaria. Ma la notizia clamorosa (fornita dal Passaparola di Marco Travaglio di Lunedì 12 Gennaio) è questa.
(dal passaparola del 12/01/2009)« Contro questo decreto di perquisizione e sequestro, l’unica cosa da fare per farlo dichiarare illegittimo, nullo, infondato, abnorme, macroscopico, spregiudicato, mancante di equilibrio, acritico era l’impugnazione del provvedimento davanti al Giudice del Riesame (L’unico organo predisposto).

(…)Alcuni imputati, a cominciare dall’ex procuratore Lombardi, accusato di corruzione giudiziaria, dalla moglie dell’ex procuratore Lombardi e dal figlio, Pier Paolo Greco, che era socio di uno dei principali indagati dell’inchiesta Why Not, il senatore di Forza Italia Pittelli, ma anche Antonio Saladino, il famoso capo della Compagnia delle Opere in Calabria, faccendiere, trafficone, in rapporti con tutta la politica di tutti i colori, hanno fatto ricorso al Tribunale del Riesame di Salerno per chiedere l’annullamento del decreto di perquisizione. Bene, venerdì sera intorno alle 22 il Tribunale del Riesame di Salerno ha respinto i ricorsi dei quattro indagati che vi ho appena enumerato e ha dichiarato dunque fondato, legittimo, impeccabile – adesso aspettiamo le motivazioni, naturalmente – il provvedimento. (…)“Letti gli articoli del codice, il Tribunale del Riesame di Salerno rigetta le istanze di Riesame avverso il decreto di perquisizione e sequestro e conferma l’impugnato provvedimento. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali”.

(…) Questo è l’unico luogo dove gli indagati potevano andare a lamentarsi di quello che hanno fatto i PM di Salerno. Ci sono andati e il Tribunale del Riesame” ha deciso nel merito rigettando le istanze contro il decreto di perquisizione e sequestro. Da tenere in considerazione anche il “clima pazzesco che dire ostile è dire poco, in un clima dove il Capo dello Stato, il Consiglio Superiore della Magistratura, il governo, l’opposizione (IDV esclusa), l’Associazione Nazionale Magistrati, tutta la stampa di destra e di sinistra, tutte le televisioni, dicono che Salerno ha torto e che a Salerno ci sono dei farabutti che vogliono dare ragione a quell’altro farabutto di De Magistris. E che questi di Salerno hanno scritto un decreto di perquisizione troppo lungo – vi ricordate le polemiche sulle 1400 pagine? (…) Bene, si sono trovati ancora in questo Paese tre giudici del Riesame a Salerno che hanno valutato, (…) il provvedimento esaminato impeccabile e hanno respinto i ricorsi di chi aveva fatto appello al Riesame. Questo che cosa significa? Significa intanto che hanno confermato i presupposti di legittimitĂ  di questo provvedimento, nel senso che evidentemente rispetta le forme, la casistica, i limiti previsti dalla legge in questi casi. Ma naturalmente conferma anche il merito del decreto di sequestro e perquisizione perchĂ© evidentemente hanno trovato che i PM, quelli che devono essere fucilati, hanno motivato bene; hanno ipotizzato dei reati tipo la corruzione giudiziaria a Catanzaro che sono applicabili e configurabili ai danni degli indagati che sono stati perquisiti; hanno motivato le esigenze probatorie, cioè le necessitĂ  di andare a prendere quelle carte per dimostrare certe ipotesi accusatorie. Insomma, detto molto chiaramente, hanno dato ragione alla procura di Salerno, la quale però viene trascinata davanti al Consiglio Superiore della Magistratura per essere punita a causa di quello stesso provvedimento che il Tribunale del Riesame ha trovato impeccabile respingendo tutti i ricorsi.

(…) Adesso vedremo se cacceranno i tre giudici del Riesame che hanno appena confermato l’ordinanza, ma naturalmente per cacciarli bisognerebbe prima parlarne di questa ordinanza. E di questa ordinanza nessuno ne ha parlato, perchĂ© altrimenti immediatamente il CSM dovrebbe rispondere del perchĂ© stia accettando di esaminare la possibilitĂ  di mandar via dei magistrati a Salerno per via di un provvedimento che l’unica sede legittima per valutarlo, il Riesame, ha confermato in toto stabilendo che è fondato ed impeccabile. Abbiamo aspettato sabato, sui giornali. Abbiamo aspettato domenica. Abbiamo aspettato lunedì, ma non è uscita da nessuna parte questa notizia. Adesso la sapete anche voi. Passate parola».

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