Legalitarismo, che sarà mai?

Dell’Italia dei Valori si dice, e con enfasi, che sia un movimento legalitarista. Cosa sottende questo enunciato tanto ricorrente nelle dichiarazioni di giornalisti e politici?
A mio parere è il tentativo di ricondurre un principio etico all’alveo della “cosmesi” politica. Il legalitarismo, si cerca di dire, è l’alfabeto della facile demagogia di Antonio di Pietro; peggio, è un retaggio psicologico del suo vecchio incarico di giudice, che trasposto in politica rischia di animare un giustizialismo ottuso e inconcludente.
Se però si cerca di “riaccendere” il significato originario del termine, beh, fioccano un paio di considerazioni interessanti. Legalitarista è chi assume come idea guida il rispetto della legge, più che nella forma nella “ratio”, nei principi ispiratori. Come lo Stato di diritto, la certezza della pena, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la difesa dei diritti individuali.
Pensiamo alla nostra terra. Giovanni Falcone non è stato certo il primo a rilevare come la mafia debba il proprio potere all’inefficienza dello Stato e delle amministrazioni locali. Laddove queste sono manchevoli, laddove queste non figurano come istituzioni credibili, la mafia prende corpo come sovranità compatta e ineludibile.
Sì, certo, occorre diffondere fra i cittadini una “cultura della legalità”. Che nutra le coscienze intorbidite dall’ignoranza, che sia trampolino di lancio per quelle scelte difficili, per quei “no” che bucano la rete fitta della connivenza. Ma è fondamentale che queste voci non rimangano isolate, che siano accolte da istituzioni che intendano e che possano difenderle.
Per questo è essenziale che la stessa cultura della legalità infonda anzitutto le scelte di chi governa. E se questo non avviene ormai da tempo, beh, che sia il benvenuto chi è pronto a ricordarcelo.





















