Criminali per eroi, eroi per criminali

A distanza di tanti anni, nonostante la maggior parte dei siciliani abbia preso coscienza di quello che significa mafia, dopo tutto il lavoro di “purificazione” compiuto da eroi che hanno sacrificato la propria vita per eliminare questo “marchio territoriale”, la cronaca regionale siciliana è ancora invasa da notizie che riguardano l’organizzazione mafiosa e i suoi atti illeciti. Tutto ciò mette in evidenza come ancora, nel ventesimo secolo, ci troviamo di fronte ad una piaga dura da estirpare.

Se si vuole provare a capire un fenomeno così complesso come la mafia, è bene provare a capire come essa abbia avuto origine.

Della mafia come associazione criminale, con regole rigorose e con un capo a cui è dovuta obbedienza assoluta, non è possibile rintracciare una data di nascita. La matrice storica di quella che oggi è diventata una vera e propria organizzazione, è da identificarsi nell’inefficienza del potere pubblico e nel potere assoluto di signori privati, che impongono un regime di sfruttamento, durante la dominazione spagnola. La storia della mafia è quindi legata a quella della Sicilia, sin dal XVI secolo. La sopraffazione dei viceré spagnoli e della signoria feudale dei baroni, favorì la solidarietà del popolo con i briganti. Poiché questi si ribellavano alla legge ufficiale, per il popolo erano eroi, in grado di opporsi all’autorità dello Stato.

Bisogna aspettare il 1860 perché in Sicilia si cominciasse a parlare di mafia vera e propria, nonostante venisse ancora considerata un atteggiamento, seppur spavaldo, un modo di reagire alla prepotenza altrui e di farsi giustizia da sé, in un paese in cui era impossibile aspettarsi la giustizia della stato. Viene a crearsi così, una vera e propria cultura mafiosa, che può spiegarsi con il “sentire mafioso”, una tipologia di pensiero in cui non sono ammesse sfumature, mediazioni, ma solo divisioni valoriali: “buono-cattivo”; “amico-nemico”; “vita-morte”.

Vi è l’affermazione di valori assoluti ed il pensiero è fondato su una visione individualistica del se, nella forza violenta ed illegittima.

Il pensiero mafioso si presenta come alternativa in un sistema sociale in cui lo stato non è visto come entità capace di tutelare i cittadini, e le leggi sono viste come imposte e sostanzialmente ingiuste, di conseguenza nasce un diffuso sentimento di adesione a comportamenti illegali.

Possiamo quindi descrivere la mafia come un’antica forma di potere improntata sui legami di sangue e sui rapporti tra i familiari. In effetti la cellula fondamentale dell’organizzazione mafiosa, la struttura fondante di Cosa Nostra è proprio la famiglia, e non solo perchĂ©, come disse Buscetta, per essere uomini mafiosi si deve per forza essere figlio, nipote o cugino di un uomo d’onore, ma anche perchĂ©, entrando a far parte di Cosa Nostra si instaura con gli altri un legame così stretto, da diventare “la stessa cosa” con ogni singolo componente del gruppo. Un vincolo, la cui appartenenza è sancita da un rituale di sangue, che può essere disciolto solo con il sangue.

Ma se la famiglia offre protezione e sicurezza è anche vero che essa, per mantenere la sua coesione e integrità, ha anche bisogno di richiedere ai suoi membri obbedienza e fedeltà, attraverso il mantenimento di una condizione di dipendenza da essa. Questa condizione di dipendenza origina dallo sviluppo di un pensiero saturo, già pensato e non originale, monastico, che non accetta la diversità e la pluralità. In questo modo la famiglia impedisce la soggettivizzazione, in quanto si appropria dell’individuo, rendendolo dipendente e quindi incapace di affrontare il mondo esterno ritenuto non protettivo e non rassicurante. Così il soggetto fa proprio il modo di pensare della famiglia, considerata indispensabile per affrontare il mondo, e lo riproduce all’esterno. A questi meccanismi dei legami familiari seguono diversi effetti, come quello dell’impossibilità di instaurare altri legami, magari importanti, che non si riferiscono alla famiglia. Sarebbe questa la causa, secondo il giudice Falcone, della mancanza del senso dello Stato e della presenza del dualismo famiglia e Stato che si riscontra tipicamente nel modo di pensare dei siciliani.

Una particolare attenzione è anche rivolta ai cambiamenti che la mafia ha attraversato negli ultimi venti anni. Si tratta di cambiamenti accompagnati non solo da una visione diversa della donna, la quale oggi costruisce una propria soggettività a scapito del proprio essere moglie e madre, vivendo tutto ciò con un enorme senso di colpa, ma anche dovuto alla scoperta del volto di Cosa Nostra, coperto prima da un velo che già dagli anni ’90 viene eliminato dalla testimonianza dei sempre più numerosi collaboratori di giustizia pieni di rabbia e rancore per una Famiglia che ha voltato loro le spalle.

Vorrei concludere con un pensiero del giudice Falcone, il quale affermava che “se vogliamo combattere la mafia, non la dobbiamo intendere come un cancro o come una parte malata della società, ma dobbiamo capire che essa ci rassomiglia”. Così diventa anche più facile capire il fatto che la mafia ha sfruttato per lungo tempo l’omertà del popolo siciliano e la sua passività per mimetizzarsi diventando, oggi, invisibile.

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