Scandali di corte

Ciò  che sta accadendo in questi giorni, in merito alla cena offerta dal Giudice costituzionalista Mazzella, all’interno delle mura della propria casa, insieme con un altro Giudice della stessa Corte (Napolitano) in favore del Premier Berlusconi, del Ministro della Giustizia Alfano, del Presidente del Senato Schifani e del Senatore Vizzini, ha dell’aberrante.

Per ammissione dello stesso Giudice della Corte Costituzionale, confessione resa pubblica da una lettera (scritta di suo pugno) ed indirizzata al Presidente del Consiglio (questo l’incipit di un capoverso “Caro Presidente, caro Silvio…â€), oggi ci troviamo dinnanzi ad uno sfregio delle più elementari norme giuridiche in merito all’imparzialità e terzietà del Giudice.

E’ bene specificare che stiamo parlando del più alto organo Costituzionale, competente a risolvere le più delicate questioni attinenti la nostra Carta Costituzionale.

Tal Giudice Mazzella ed il suo collega Napolitano si troveranno fra tre mesi (ad Ottobre) ad esprimersi, insieme con gli altri Giudici Costituzionali, in merito al temuto “Lodo Alfanoâ€.

Per dovere di cronaca, ricordo che trattasi dell’immunità assoluta, da qualunque tipo di processo e reato, delle quattro più alte cariche dello Stato.

In realtà, come tutti sanno, a beneficiarne è il solo Premier, Silvio Berlusconi.

Questo è, dunque, il quadro che ci troviamo davanti. Due Giudici della Corte Costituzionale a cena con il firmatario della legge sull’immunità (il Guardasigilli Alfano che da il nome alla legge), chi ne sta beneficiando (Papi), ed un paio di altri commensali.

Possiamo, pertanto, addentrarci nel tema attraverso due chiavi di lettura: La prima, suggerita da Aldo Schiavello, Giornalista di “Repubblicaâ€, lascia in secondo piano le norme giuridiche di riferimento e ragiona, piuttosto, sull’opportunità o meno di tal misfatto.

La seconda, quella da me prediletta e che mi propongo di seguire è, invece, quella di partire e rimanere sul piano giuridico-normativo. Questo per una ragione semplice. Non rispettare le regole (le Norme), in uno stato di diritto democratico incentrato quasi esclusivamente su queste, equivale a trasgredirle ed in caso di trasgressione l’ordinamento prevede adeguati rimedi e sanzioni.

Partiamo da un dato inattaccabile. Mazzella è un Giudice. Purtroppo per lui non uno qualunque. E’, come già detto, un componente del più importante organo di garanzia della nostra Carta Costituzionale. Ricordiamo, per i non addetti ai lavori, che la nostra Carta del 1948 è una Costituzione “rigidaâ€, nel senso che per eventuali modifiche, abrogazioni od integrazioni, sono previste delle procedure più complesse (più, come si dice nel gergo, aggravate) rispetto ai normali iter procedurali di formazione legislativa.

Ecco che la scelta dei nostri Padri Costituenti di dotare la nostra Nazione di una Giustizia Costituzionale trova la sua giustificazione.

Tale sistema è, appunto, la principale garanzia della “rigidità†della nostra Costituzione. Vediamo ora cosa il nostro ordinamento prevede per i Giudici.

L’articolo 111, secondo Comma, Cost. Recita: “Ogni processo si svolge(…)davanti a giudice terzo e imparziale(…)

L’articolo 134 della Costituzione recita al primo comma: “La Corte costituzionale giudica:â€

Grazie a questa che per alcuni potrebbe essere un’ovvietà, noi possiamo affermare che il Giudice della Corte Costituzionale giudica al pari degli altri giudici.

Infatti, così  come nei processi ordinari (penale e civile) vi sono le parti che si fronteggiano, così anche nel “processo costituzionaleâ€Â  (concedetemi l’espressione) vi sono le parti (diverse dalle prime) che si contendono la ragione.

Questa, attenzione, non è un’ovvietà in quanto, nell’ottica comune, si tende a spersonificare le vicende proprie della Corte, pensando che il suo giudizio è riferibile a dogmi ed alti principi costituzionali. Altrimenti nella migliore delle ipotesi si pensa che destinatari delle decisioni siano enti pubblici (Stato e Regioni in testa v. art. 134, sec. Comma). Tutto questo è vero, non c’è dubbio, ma estendere tali considerazioni al caso in esame risulterebbe un grave errore di valutazione.

Mi spiego. In riferimento al famigerato “Lodoâ€, le parti in causa non sono astratte o non tangibili; al contrario hanno un nome, un cognome, un codice fiscale ed anche una fedina penale. Pertanto decidere la legittimità di costituzionalità di tale legge richiede, quantomeno, le stesse garanzie di imparzialità e terzietà riservate ad un Giudice Penale. Ne vale, al pari di un comune processo di altra specie, la legittimità dell’azione penale nei riguardi di un cittadino come altri.

Proseguendo. Poiché l’immunità ricadrebbe anche per eventuali processi penali da far sorgere (se già non lo fossero) a carico dei beneficiari della legge, è utile andare a visionare il Codice di Procedura Penale per vedere cosa suggerisce in merito.

L’articolo 36 dello stesso, nel titolo primo, dedicato per l’appunto al giudice, recita:

“Il giudice ha l`obbligo di astenersi:â€

vediamo in quali occasioni, leggendo le lettere c ed h dello stesso articolo:

c) “se ha dato consigli o manifestato il suo parere sull`oggetto del procedimento fuori dell`esercizio delle funzioni giudiziarie.â€

    h)  “se esistono altre gravi ragioni di convenienza. “

    Il primo caso è facilmente attaccabile in quanto si fa riferimento al merito della vicenda. Per chi, come me, crede ancora nelle istituzioni e sull’alta etica di chi ha l’ònere e l’onòre di far parte di un organo così tanto  importante, tale fatto risulta essere un pugno allo stomaco, una caduta di stile e di comportamento senza dubbio deprecabile. Senza considerare che nessuno mai verrà a dirci (salvo registrazioni audio) se i consigli di cui alla lett. c siano o meno stati dati.

    Non attaccabile, tutt’altro, risulta essere il secondo disposto. Le “gravi ragioni di convenienzaâ€. Durante le lezioni di Diritto Processual Penalistico,  ci viene spiegato essere il caso, per esempio, dell’amante. Qualora, vale a dire, il giudice si trovasse a giudicare dinnanzi, in processo, la sua amante. Questo, che viene solitamente usato per riattivare i neuroni degli studenti che eventualmente si siano addormentati durante le ore di lezione, è chiaramente un esempio esasperato per meglio rendere l’idea e che, comunque, per il giudice, fa sorgere un obbligo all’astensione nel processo. Noi tutti sappiamo (salvo novità) che il Premier tutto può essere tranne che in una sorta di relazione d’amore con il Giudice Mazzella (per scrupolo di coscienza vedi le ultime inchieste di Bari).

    Per queste ragioni, un rapporto di  amicizia così intenso e sincero (l’espressione Caro Silvio, Caro Presidente ritorna più volte); Così come il fatto che si tratti di un rapporto d’amicizia di vecchia data viene anch’esso dalla stessa lettera: Ho sempre intrattenuto con te rapporti di grande civiltà e di reciproca e rispettosa stima. (..) Caro Silvio, a parte il fatto che non era quella la prima volta che venivi a casa mia e che non sarà certo l’ultima (..), hanno come logica conseguenza quella d’aver minato irrimediabilmente la credibilità, quantomeno, dei due “giudici-commensaliâ€. Ad Ottobre, come è stato già detto, dovranno, infatti, sindacare la legittimità costituzionale del Lodo Alfano dove è parte in causa lo stesso Presidente del Consiglio. Chiudo col porvi una legittima domanda, come potrà, Mazzella, giudicare in modo terzo ed imparziale se la sua decisione potrà minare in modo grave il proseguo della legislazione (e chi lo sa della vita sociale) del suo caro amico Silvio?

    Questo, non vuole essere, né una lezione di diritto (non ne avrei le capacità), né una completa disamina  sul nostro ordinamento ma, quantomeno, una riflessione fatta ad alta voce (nel senso di messa per iscritto) di chi, studiando legge, crede in quello che studia e, di conseguenza nelle leggi.

    La fotografia sconveniente

    La fotografia sconveniente

    Il Cavaliere è furibondo. Il confronto elettorale per le europee si è risolto in una bella batosta per il Popolo delle Libertà, e stavolta la sua principale “arma”, il partito “personalistico”, gli si rivolta contro: se il PDL perde consensi, è a casa Berlusconi che i giornalisti e gli analisti politici “bussano” per cercarne il motivo.

    Anche perchè qui le dinamiche sono diverse, qui vengono meno le “responsabilità” dei singoli esponenti del partito: se sei disposto a vendere il tuo voto per un posto di lavoro, probabilmente cederesti alle lusinghe di un candidato consigliere comunale, molto meno a un aspirante europarlamentare con “in pectore” un biglietto di sola andata per Bruxelles.

    Parliamo del Berlusca, allora. E’ possibile che l’incursione nella vita privata (a base di foto e dichiarazioni “pruriginose”) abbia causato una perdita di consenso che anni di sentenze di prescrizione, intercettazioni, leggi “ad personam”, insomma di vita pubblica, non sono state in grado di procurare?

    Ripenso a Bill Clinton ai tempi del “Sexgate”, quando le televisioni americane intervistavano la gente. “Penso che abbia sbagliato nella vita privata ma è comunque un buon presidente” rispondevano tutti, o quasi. Ora, senza voler giustificare il Cavaliere (ci mancherebbe altro…), cosa c’è di diverso in Italia?

    Forse è la Chiesa. Quelle gerarchie clericali che da sempre intervengono nella vita sociale e che, ancora una volta, rivolgono alla condotta privata uno sguardo severo che invece latita quando si tratta di valutare la moralità della vita politica del Paese.

    O forse siamo semplicemente noi italiani. Disinteressati e qualunquisti nei confronti della cosa pubblica, prontissimi invece a rispondere ai richiami della curiosità più frivola. Salvo poi castigare l’occhio curioso con gesto di formale (e rassicurante) condanna.

    E’ questa la vera “fotografia sconveniente”, quella dell’Italia di oggi. Poco importa cosa abbia fatto il premier a villa Certosa:  quello si è capito fin dal primo momento e, sinceramente, non mi ha stupito affatto.

    Pio La torre è l’Antimafia

    lator

    “ La mafia è un fenomeno di classi dirigentiâ€

    Iniziamo questo breve saggio storico di lotta contro la mafia informando che dal 17 giugno 2009 è stata allestita una mostra fotografica su Pio La Torre presso l’atrio di Palazzo Steri. L’esposizione, curata e realizzata dal Centro Studi Pio La Torre, sarà visitabile fino al 30 giugno 2009. Ingresso gratuito.

    Il 30 Aprile del 1982 Pio La Torre e il suo collaboratore Rosario Di Salvo vengono uccisi a colpi di pistola mentre salgono a bordo di un Fiat 132.  Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare in Giuseppe Lucchese, Nino Madonna, Salvatore Cucuzza, e Pino Greco, gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di Cucuzza, diventato collaboratore di giustizia, è stato possibile ricostruire il quadro dei mandanti dell’eccidio, identificati nei boss Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

    Oggi troppo spesso il ricordo di La Torre è relegato alle ipocriti commemorazioni di stato, come se bastassero a rendere onore all’assoluta dedizione verso la sua terra e la sua gente, il rigore morale e la passione civile, il coraggioso impegno politico in difesa della democrazia e della legalità che hanno fatto di Pio La Torre uno dei protagonisti assoluti della vita politica e sociale italiana ed allo stesso tempo uno dei più agguerriti avversari della criminalità mafiosa a tutti i livelli. Nato in un quartiere poverissimo di Palermo, La torre si dedica sin da bambino ad un intensa attività di studio unico motivo di riscatto sociale e matura un profondo interesse contro le ingiustizie, i diritti dei più deboli e l’impegno contro la mafia in un periodo in cui quel nome non si pronunciava neppure.

    L’impegno politico inizia con l’iscrizione al PCI nel 1945 e la costituzione di una sede del partito nella sua borgata. In quegli anni divenuto funzionario della Federterra, si fece portavoce del movimento dei contadini partecipando attivamente alle proteste, impegno che gli costo l’arresto negli anni cinquanta. Uscito dal carcere per infondatezza delle accuse, nel 1952 viene eletto per la prima volta consigliere comunale a Palermo, diviene anche segretario della CGIL e del PCI siciliano. Nel 1972 viene eletto al Parlamento dove resterà per tre legislature, facendo parte delle Commissioni Bilancio e programmazione Agricoltura e Foreste, della commissione parlamentare per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno ma soprattutto della commissione Antimafia.

    La Torre assieme al giudice Cesare Terannova redasse e firmò un’importante relazione di minoranza in cui per la prima volta si mettevano in luce i legami tra «Cosa nostra» e influenti uomini politici locali spesso legati alla Democrazia Cristiana, come i cugini Nino e Ignazio Salvo, Salvo Lima, referente della corrente di Giulio Andreotti in Sicilia, Giovanni Gioia, protettore dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Seguì la proposta di legge “Disposizioni contro la mafia†tesa a integrare la legge 575/1965 e ad introdurre un nuovo articolo nel codice penale: il 416 bis. La legge prevedeva  la confisca dei beni dei mafiosi, il controllo dei loro conti bancari e soprattutto introduceva il reato di associazione mafiosa, fino a quel momento incredibilmente assente dal codice penale italiano. Pio La Torre ha una grande conoscenza del fenomeno mafioso e del suo sistema di potere. È conscio delle sue trasformazioni, dalla mafia agricola e del latifondo, combattuta negli anni dell’adolescenza, alla mafia urbana e dell’edilizia che, grazie ad appalti pilotati, perpetrò, grazie alle connivenze con le dirigenze politiche locali, il cosiddetto “Sacco di Palermoâ€, fino alla mafia imprenditrice dedita al traffico internazionale di droga con agganci nell’alta finanza.

    La Torre non ha paura di fare i nomi dei mafiosi e dei politici coinvolti, giungendo alla conclusione che :â€[la] compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico)…La mafia è quindi un fenomeno di classi dirigentiâ€. Nell’estate del 1981 giunse improvvisa la sua decisione di tornare a dirigere il Pci in Sicilia. Era la scelta consapevole di chi voleva combattere in prima linea la mafia in anni in cui la sua offensiva si era fatta particolarmente virulenta. Nella sua terra si spense l’ultima battaglia quella contro la costruzione della base missilistica a Comito spiegando così la sua contrarietà alla : “trasformazione della Sicilia in un avamposto di guerra in un mare Mediterraneo già profondamente segnato da pericolose tensioni e conflitti. Noi dobbiamo rifiutare questo destino e contrapporvi l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace”. Sarebbe dovere di tutti noi, nel rispetto di chi ha pagato con la vita l’amore per la legalità e la democrazia, non lasciare che l’eredità morale e il coraggio di un uomo come Pio La Torre, venga dimenticata o come ha  tentato di circoscrivere il suo impegno al solo livello palermitano, al massimo siciliano.

    di Clotilde Toralbo

    Questione Morale: what’s this?

    “Un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto , basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.”    ( Indro Montanelli)

    Così ricorda Indro Montanelli il segretario del PCI Enrico Berlinguer, scomparso a Padova Venticinque anni fa ,durante il comizio di chiusura della campagna elettorale per le elezioni  europee. Ai suoi funerali,  in piazza S. Giovanni,  parteciparono circa un milione di persone, mentre il presidente Sandro Pertini accompagnava il feretro pronunciando la frase: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Questo, oltre che una guida, era Enrico Berlinguer per milioni di italiani. Un politico sopraffino, un uomo corretto e mai banale, che ha lasciato dietro di sé un eredità politico-culturale che ancora oggi rappresenta una risorsa preziosa per la democrazia italiana nel suo complesso, e non solo per la parte che egli ha così esemplarmente rappresentato.

    Divenuto segretario del partito nel 1972, progettò l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso politico di portata storica. La tragica fine di Aldo Moro, sequestrato e poi ucciso dalle Brigate Rosse, impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni bui del craxismo e, poi, della corruzione. L’apertura culturale contraddistinse la politica berlingueriana dall’esplicito appoggio dato alla primavera di Praga e la condanna del successivo intervento sovietico segnano in modo inequivocabile il distacco dalle posizioni intransigenti del comunismo di Mosca, e l’inizio del progetto politico dell’Eurocomunismo.

    Accanto a tutto questo Berlinguer fu il primo a denunciare apertamente la così detta questione morale, ossia l’aperta denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema solo apparentemente democratico dei partiti politici. Critico verso il “regime†della  DC, che deteneva stabilmente il potere, con mezzi anticostituzionali e scorretti ,dai tempi dell’attentato a Togliatti.

    La spinta etica berlingueriana  divverà una sorta di manifesto politico e condurrà il dibattito polico a seguito dello scandalo di tangentopoli. Nell’intervita  rilasciata nel 1981 ad Eugenio Scalfari,  dichiara :“I partiti hanno occupato lo stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai tv, alcuni grandi giornali (…) bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partitiâ€.

    Purtroppo il suo invito non fu colto salvo che da poche personalità non corrotte mentre la prima Repubblica moriva affogata dallo scandalo delle tangenti. A venticinque anni di distanza, le istanze di rinnovamento e di onestà politica, lanciate da Berlinguer sono più che mai attuali. In un momento storico di corruzione e di illegalità in cui una sinistra italiana ,ormai al collasso, continua a perdere consensi ,a favore di una maggioranza sempre più distante dai valori democratici e costituzionali, tutti noi dovremmo essere portavoci dell’insegnamento morale e della lungimiranza politico - intellettuale dell’allora segretario del Pci. Nella speranza che l’eredità di quest’uomo, che meglio di molti altri fu mosso da nobili ideali e puri valori, torni ad essere alla base della politica  italiana.

    di Clotilde Toralbo

    L’INDAGATO ANTONELLO ANTINORO (UDC) IN EUROPA?

    antinoro

    Il nuovo pentito Michele Visita aiuta gli inquirenti a scoprire come la mafia e la politica fanno affari. Michele Visita ha riferito a i PM Gaetano Paci e Lia Sava coordinati dal procuratore aggiunto Antonino Ingroia, di essere stato presente all’accordo stretto fra gli uomini del clan di resuttana rappresentato “dall’ambasciatore per i rapporti con i politici†Antonino Caruso arrestato in seguito all’operazione EOS che ha portato all’arresto di 19 esponenti mafiosi, e l’assessore Antinoro (candidato udc per le elezioni europee del 6-7 giugno 2009) per la compravendita di voti per le regionali del 2008 in cambio di denaro precisamente 3000 euro in una busta consegnati in mano a l’altro esponente del clan Agostino Pizzuto (anch’esso in carcere in seguito all’operazione EOS).

    L’incontro sarebbe avvenuto nello studio medico del dott. Domenico Galati medico di Pizzuto, Visita parla all’inizio di una normalissima riunione elettorale, per poi trasformarsi in un vero e proprio “mercatino†del voto, che erano venduti a prezzi popolari precisamente a 50 € cadauno; In tutto i voti “comperati sarebbero stati secondo gli inquirenti 60.

    Il difensore dell’assessore ai beni culturali avv. Massimo Motisi sostiene la tesi raccontata da Antinoro ai magistrati che parlava si di una consegna di danaro a Pizzutto ma solo per una questione di rimborsi per attivita’ di “volantinaggio, attacchinaggio†o per il pagamento di cene elettorali in pizzerie.

    L’altro politico indagato (secondo la repubblica di venerdi 15 maggio 2009) e’ il deputato dell’ARS Nino Dina (UDC) accusato di concorso esterno in associazione mafiosa che il 4 febbraio 2008 avrebbe incontrato nella sua segreteria politica Antonio Caruso,
    secondo la Procura Caruso prometteva “appoggio elettorale†per aiutare il deputato ad essere confermato all’ars.
    Sempre secondo la Procura Dina promise a Caruso tramite un’associazione la gestione della riserva di Montepellegrino cosa riscontrata anche nelle intercettazioni.

    Oggi è l’8 Giugno e l’UDC ha ricevuto, secondo i dati appena aggiornati, il 6.51 % dei voti nazionali. Alla Sicilia spetta un seggio e dalle preferenze personali risulta uscirne vincente Saverio Romano. Non mancano comunque voci indiscrete che affermano la rinuncia di questi in favore del collega Antinoro.

    Il nostro, a questo punto, diventa un appello alla Coerenza dell’UDC: “Non mandate un indagato per un reato del genere in Europa. L’italia e gli Italiani meritano rispetto non vergogna!”

    Francesco Mascolino